Questo articolo nasce dall’esigenza di spiegare perché per i programmatori non c’è più tanta ciccia come una volta sul piatto, e fare il programmatore non funziona più come qualche anno fa.

Essere programmatore oggi (o forse è meglio dire: fare il programmatore come fanno tutti oggi) significa assumersi un’infinità di rischi ed essere rimpiazzati nel giro di qualche anno.

Questa vuole essere quindi un’analisi completa della figura del programmatore, con considerazioni che, se seguite, eviteranno gli errori che ti faranno essere disoccupato entro breve e anzi, migliorando di netto la tua situazione economica.

Pronto?

Partiamo.

Cosa fa il programmatore e quali sono i suoi compiti

Innanzitutto cominciamo con il capire cosa è un programmatore nella definizione condivisa dalla maggior parte delle persone al mondo.

Il programmatore (noto anche con le espressioni inglesi developer, ovvero sviluppatore, e coder, traducibile come “creatore di codice”), in informatica, è un lavoratore professionista che, attraverso la relativa fase di programmazione, traduce o codifica l’algoritmo risolutivo di un problema dato nel codice sorgente del software da far eseguire ad un elaboratore, utilizzando un certo linguaggio di programmazione. La professione del programmatore è relativamente recente e si è sviluppata di pari passo con l’aumento dei campi di applicazione dell’informatica.

In questa definizione, largamente condivisa da molti professionisti del web c’è un errore di fondo che fa diventare questa figura professionale una commodity.

Partiamo quindi già male, perché presentato in questo modo, il programmatore viene visto subito come una commodity, che significa (permettimi di citare ancora Wikipedia):

Commodity è un termine inglese che indica un bene per cui c’è domanda ma che è offerto senza differenze qualitative sul mercato ed è fungibile, cioè il prodotto è lo stesso indipendentemente da chi lo produce, come per esempio il petrolio o i metalli.

Entrato oramai nel gergo commerciale ed economico, l’equivalente in italiano è bene indifferenziato. Deriva dal francese commodité, col significato di ottenibile comodamente, pratico.

Il problema del programmatore commodity nasce dal fatto che ormai la programmazione si è spostata dalle tecnologie desktop alle tecnologie web, semplificando per certi aspetti il lavoro del programmatore ed abbassando il livello generale della difficoltà.

Diciamolo meglio: esistono strumenti cosi avanzati e pronti in due click (quanto ci vuole per installare WordPress + WooCommerce con Godaddy? te lo dico io: il tempo di prendere la carta di credito) e le persone non tecniche hanno improvvisamente pensato che tutto sia diventato alla loro portata.

Quando queste persone scoprono i servizi instancabili con un click, nella loro testa il tecnico diventa un optional, da chiamare quando proprio non risolvono una problematica tecnica.

Inoltre, da desktop a web il linguaggio diventa sempre più di alto livello, arrivando in certi casi ad essere addirittura inutile e questo contribuisce alla percezione di

è tutto facile, che ci vuole.. un minuto..

Quasi qualunque persona oggi è in grado di ottenere un sito WordPress con qualche click.

Non c’è nemmeno più bisogno di fare la configurazione e installazione iniziale come si faceva fino a qualche anno fa, dove dovevi quantomeno avere il nome del database (e magari dovevi averlo creato prima).

Ora fai tutto da solo anche se fai il pizzaiolo, l’insegnante o l’imbianchino o al massimo te lo fa il figlio “che ci capisce di internet”.

Inoltre, ormai trovare un programmatore PHP, che è il programmatore per eccellenza su web, non è più così difficile.

E se tu, in questo momento, ti proponi come programmatore e sei solamente “uno che scrive codice” o “uno che programma”, sei indifferenziato, quindi una commodity.

Quindi sei nei guai baby!

Le profonde implicazioni dell’essere considerato un bene indifferenziato nel mercato di oggi

La conseguenza naturale di questa evoluzione

-che poi non sono altro che i motivi di lamentela che sento tutti i giorni in praticamente ogni community sul web che parla di programmazione e del mondo dei coder-

è quella di NON riuscire ad ottenere del denaro per il sostentamento o semplicemente la gratificazione della persona stessa.

Credo che siano ormai all’ordine del giorno le discussioni in gruppi Facebook o forum collegati a siti a tema in cui si fanno:

  • sondaggi per capire quanto guadagna un developer (dove spuntano i veri compensi, che sono piuttosto bassi, anche se prima o poi arriva sempre il fenomeno che guadagna quattromila euro al mese, salvo poi avere le pezze al culo)
  • polemiche sul fatto che in Italia si guadagni poco e all’estero invece tanto
  • sull’arretratezza delle aziende Italiane
  • sull’arretratezza delle tecnologie usate in Italia dalle aziende
  • sulla scarsa cultura che hanno i clienti sul lavoro del programmatore

Questo lavoro si sta (e ci sta) trasformando negli operai del terzo millennio.

Credo di aver sentito questa frase qualche anno fa da un mio collega e credo che avesse ragione, oggi è la realtà.

Esiste una buon fetta di professionisti, che è quasi la totalità delle persone che lavorano nel web, che percepisce stipendi medi che non sono per nulla soddisfacenti e crea nello sviluppatore il desiderio di andare oltre, di ricevere qualcosa di meglio e spesso lo porta ad emigrare all’estero.

Oppure, crea immensa tristezza e rassegnazione in altri.

Ma se mi segui, probabilmente fai più parte del primo gruppo che non si rassegna.

Il developer (o coder, o programmatore) sta diventando una professione indifferenziata, una risorsa sostituibile, sminuendo così anche il suo valore intrinseco e tarpando le ali a chi non possiede i mezzi concreti per liberarsi da queste sabbie mobili psicologiche (ed economiche).

La colpa di questi problemi di stipendio e di insoddisfazione di chi è?

Prendiamo un caso tipico che succede quasi tutti i giorni. Un nuovo sito web ha visto la luce e viene presentato nei forum dei developer per beccarsi un po’ di complimenti e -si spera poche- critiche.

Di che cosa si parla in questi gruppi?

Delle solite cazzate inutili, senza senso e che ti stanno scavando la fossa, ovvero si fanno pompini a vicenda su quanto è figa l’ultima libreria, il codice è elegante e tutte queste belle cose.

Tutto bellissimo, ma devo rivelarti un segreto incredibile: al cliente non glie ne frega un cazzo di niente di questa roba.

Ora ti spiego come funziona la testa del cliente e come funziona la tua.

È la vecchia storiella che ti raccontano quando ti spiegano come funziona il marketing:

Non vendere il trapano, vendi il buco.

Solo che la facciamo comprensibile con parole nostre. Ecco cosa succede.

Esempio 1

Gino (il tuo cliente) ha bisogno di un sito ecommerce veloce perché così converte di più e quindi guadagna di più, ma tu che sei un tecnico gli dici che hai messo “la cache ultra-mega-iper veloce al gusto Varnish”. Gino non capisce oppure non riesce a percepire il valore di questa cosa.

Esempio 2

Gino ha bisogno di un sito personalizzato nella grafica, ma tu invece di prendere un template già pronto, adatto alle sue esigenze e personalizzarlo dove serve, lo fai tutto da zero, con un risultato molto discutibile e più bug del template preso su Theme Forest a 100 dollari. Gino non ottiene nessun valore aggiunto dal tema personalizzato.

Esempio 3

Gino ha bisogno di vendere con il suo sito ecommerce, tu invece te ne fotti altamente e pensi solo a vendergli la tecnologia. Poi quando Gino scopre che senza il marketing non vende una cippa di niente, tu dici che è colpa sua, che è il rischio imprenditoriale, che sono stati gli alieni… Gino si sente raggirato e pensa “il sito ecommerce non funziona” o peggio ancora “internet non funziona”, screditando un’intera categoria.

La verità è che esiste un’omertà diffusa da parte di quelli che sanno come funzionano gli ecommerce e raccontano solo quanto sia importante la parte tecnica.

Non ti dicono al Gino di turno dove sta sbagliando. Ma anzi gli vendono inutile tecnologia superflua che non cambia la vita di Gino e non fa raggiungere il successo al suo progetto.

Dall’altra parte ci sono quelli che semplicemente sono ignoranti in materia, pensano che il sito ecommerce significhi installare la piattaforma e qualche plugin e che sono fissati con le cose tecniche e con la programmazione e basta.

Per loro esiste solo quello e ti raccontano la balla:

“apri un sito ecommerce e ti aprirai ad un mondo di milioni di visitatori”

Giuro che è una frase che fino a poco tempo fa era in prima pagina sul sito di una nota agenzia Italiana che lavora Magento. Roba da brividi.

A questo, aggiungi che ora con 3 click Gino compra un ecommerce su Shopify ed ecco spiegata tutta questa fantomatica crisi degli stipendi degli sviluppatori.

Allora facciamo una bella cosa per risolvere tutto quanto con un bel colpo di spugna.

Diventate esperti di ecommerce e date ai vostri clienti le cose che davvero fanno bene al suo progetto ed alla sua vita imprenditoriale.

Se siete dipendenti ed il vostro capo vende il nuovo sito ecommerce, ditegli che dovete iniziare a raccontare tutta la verità, che bisogna fare marketing, che bisogna vendere e che dei tecnicismi fini a se stessi ce ne freghiamo.

Iniziamo a fare il bene dei clienti PRIMA di quello del nostro portafogli. Il bene del nostro portafogli arriverà come conseguenza.

Cosa ti serve per cominciare a studiare e diventare un vero esperto

Se sei un tecnico, cosa molto probabile se stai leggendo il mio blog, allora non pretendo che modifichi tutte le tue skill e diventi qualcosa che non ti interessa diventare.

Quindi non ti dico: diventa un marketer e cambia professione. Assolutamente, di ottimi programmatori ne abbiamo un sacco bisogno, ma ancora di più abbiamo bisogno di veri esperti di ecommerce.

Quello che ti dico è di iniziare a valutare TUTTI gli aspetti tecnici che influiscono sulle vendite, imparandoli davvero bene.

Basta farsi le pippe sulla “raccolta della settimana delle migliori UX”.

Quelle sono delle raccolte di effettini e aggeggini di grafica che sono tutt’altro che User Experience.

La User Experience è avere dei siti veloci che gli utenti sappiano usare con facilità, non dei mostri pesanti che da mobile ci metti 30 secondi ad aprirli e il checkout alla fine non funziona.

Le skill che davvero devi avere per diventare esperto di ecommerce

Queste sono le skill che devi assolutamente imparare per essere un grande frontend developer che costruisce siti ecommerce di successo e che sono fondamentali per te, per non diventare una commodity e farti trascinare nel baratro dei compensi sempre più bassi (le elencherò in una semplice lista e non è compito di questo articolo approfondirle in questa sede):

  1. User Experience / Usabilità generica
  2. Tecnologia Frontend e performance
  3. Processo di acquisto dei clienti e SOLO DOPO realizzazione grafica
  4. Conoscere le differenze tra settori merceologici per realizzare una UX specifica per il settore
  5. Regole di base che valgono per tutti i siti ecommerce – UX specifica ecommerce
  6. Senso estetico

Solo per cominciare.

Queste cose le insegniamo nella nostra Accademia, che serve a darti tutti gli strumenti necessari.

Si chiama Ecommerce Revolution Academy e puoi trovare le informazioni qui: blog.coderevolution.it/academy/

PS: come dico sempre ai miei studenti, se dovete fare il programmatore frontend, fatelo da consulenti imparando queste cose e soprattutto specializzandovi su una piattaforma iper-complessa come Magento 2, dove le barriere di ingresso sono più alte e non entrano cani e porci.

Altrimenti fate la fine del 99% degli sviluppatori wordpress: ovvero lavorare per quattro soldi.